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La terza delle Dodici Fatiche d’Ercole consistette nella cattura di un cinghiale che devastava i campi coltivati di Psofi. Quindi, come si può facilmente constatare, poco o nulla è cambiato dai Tempi Antichi circa l’esigenza di dover contenere i danni di questi animali, operazione da considerarsi, sin da lunga data, una vera impresa.
Senza voler scomodare troppo Omero e gli altri aedi famosi, né tantomeno i tecnici degli attuali tempi deputati alla gestione della specie, si deve comunque ammettere che il cinghiale è l’unico dei grandi animali da caccia europei a essere sopravvissuto, in gran numero, alla consunzione e alla violenza a corrente alternata dei Tempi e della Storia. Cervo e daino, seppur nobili e aristocratici, gli arrivano molto d’appresso quanto a diffusione e a successo nelle densità di popolazione. E questa è una gran fortuna per i cacciatori e per tutta l’industria che vi ruota attorno. Perché, parliamoci chiaro, se non fosse per il cinghiale e, più in generale, per gli ungulati, in Italia la caccia sarebbe stata già chiusa da tempo e migliaia di appassionati e di lavoratori del settore mandati a casa.
Il cinghiale, dicevo: ovvero, come il presente non sia sempre peggiore del passato. Al cinghiale dobbiamo molto, come patrimonio e risorsa naturale in primis, ma anche come catalizzatore, ovvero come potente forza aggregante d’uomini e cani. Infatti, le principali forme di caccia al cinghiale prevedono un gioco di squadra, grande o piccola che sia, con in più un’esclusiva presenza della componente cinegetica; fa eccezione soltanto la caccia di selezione all’aspetto.
Uomini, cani e cinghiali, un trinomio ancora, e più che mai, indissolubile, segno inequivocabile d’una necessaria, quanto misteriosa, correlazione attraverso i Tempi Antichi e Moderni.
Mi sfugge, onestamente, il senso evoluzionistico di questo strano menàge a trois, di questa perdurante e violenta prova di forze, di questo inviolabile patto di sangue.
Destino imperscrutabile quello che accomuna le tre specie; ma sulla Terra nulla avviene per caso, questo è certo. Sull’uomo, tuttavia, grava l’enorme responsabilità acciocché il progetto di perfetto equilibrio naturale, mutatis mutandis, giunga infine a glorioso porto. Molto già si è fatto, ma restano ancora numerose soluzioni da trovare, diversi equilibri da ricercare, tanti nodi da sciogliere, tanti problemi da risolvere. Su tutto ciò, tra l’altro, gravano i pesi di un´inadeguata e spesso faziosa lotta politica, di una assurda insensibilità alle sacrosante esigenze dei cacciatori e di una reiterata ignoranza in materia di scienza venatoria da parte di numerose frange delle controparti.
Ai cacciatori, veri ambientalisti poiché profondi conoscitori del proprio territorio e dei selvatici e delle problematiche ambientali a essi correlate, e alle aziende che seguono questo progetto venatorio in continuo divenire, tocca l’arduo compito di dare l’esempio attraverso il buon fare e il giusto gestire.
Tra le pieghe del buon fare, anche quello di sviluppare tecniche e mezzi di caccia sempre più efficaci, mirati, selettivi, sicuri e poco interferenti con gli altri apparati naturali.
Questo Speciale sulle armi e sugli strumenti per la caccia al cinghiale, è proprio dedicato agli ultimi trend che animano questo affascinante progetto.
Alessandro Magno Giangio
Dal 28 novembre in edicola
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